La terra dei sogni interrotti

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Il 5 gennaio dello scorso anno è stato un giorno importante nella mia storia. Sono stata in ospedale per fare l’amniocentesi. Ricordo che ero abbastanza spaventata, anche se, nel mio stile, tenevo la paura vera al di sotto della soglia di coscienza.

Ho scelto che anche questo 5 gennaio fosse importante nella mia storia. L’ho scelto come giorno per andare finalmente a trovare la mia bambina al cimitero.

Era da tempo che meditavo sulla necessità di superare le paure e le debolezze e di fare quello che sentivo doveroso e giusto per la memoria di mia figlia. Già prima di Natale avevo espresso a mio marito la volontà di andare al cimitero, ma lui tendeva a smontare ogni mia volontà. Cambiava discorso, accampava scuse, mi distraeva.

Ho capito che aveva molta paura di vedermi stare male, di non reggere alla vista di quei cumuletti di terra tutti vicini, in fila, uno dietro l’altro.

Per un po’ ho trovato comoda la sua perplessità, anche perché la sindrome premestruale rendeva il mio stato d’animo oggettivamente poco adatto ad una prova così complessa.

Poi, però, con il passare dei giorni, mi sono detta che non potevo proprio più rimandare.

Così, proprio quello stesso 5 gennaio, sono riuscita finalmente a varcare la soglia del cimitero. A. era molto teso, preoccupato. Prendeva strade assurde pur di arrivare il più tardi possibile.

Alla fine arriviamo davanti al punto del cimitero adibito alla sepolture dei bimbi meteora. Un piccolo quadrato di terra, con tante file fatte da cumuli di terra. Alcuni hanno fiori e croci, altri nulla. A. mi indica un cumuletto con un mazzo di margherite. Gli trema la voce. Capisco che è prossimo al pianto e mi rendo conto di dover essere forte per lui.

Calpesto questa terra fatta di sogni infranti e finalmente sono di fronte al cumuletto di Claudia. C’è un pezzo di marmo che A. ha usato come promemoria per orientarsi e un mazzetto di margherite bianche. Osservo con attenzione. Mi ascolto.

Non sento nulla. Sono come anestetizzata. Non mi sento connessa alla bambina e mi sembra di essere anaffettiva.

Faccio una preghiera e restiamo in silenzio, ognuno immerso nelle proprie parole sussurrate alla bimba. La prego di mandarci un fratellino o una sorellina. Ma poi mi dispiaccio perché il mio pensiero non è tutto per lei.

Le ho portato un orsacchiotto di ceramica con un cuore. Lo metto sulla sua terra. Mi dico e dico ad A. che dobbiamo farle anche noi una croce.

Mi guardo intorno e osservo tutti i nuovi cumuli dopo Claudia. Quanti bambini sono morti, dico a voce alta. Mi riporta alla realtà mio marito. Guarda che è passato un anno, mi ricorda.

Già…è passato un anno. Ho la tentazione di esplorare colpevolmente l’immensità di questo anno di distanza fisica tra me e mia figlia, ma resisto.

Non so più cosa fare. Sento la voglia di andare via e mi sento in colpa per questo. Dovrei essere pervasa dal dolore e dall’amore. Invece voglio solo che tutto finisca. Lo penso anche quando A., con voce incerta, quasi come se non si fosse reso conto della mia presenza, dice “Hai visto, c’è la mamma!”. Ad un certo punto sento che dice “Claudia”. Capisco che A. ha un dialogo intensissimo con sua figlia. Intensissimo, profondo e struggente.

Non posso concentrarmi su questo, altrimenti rischierei davvero di cadere senza più riuscire a rialzarmi. Mi schermo. Mi anestetizzo.

C’è freddo e vento e io sto male. Dico ad A. che vorrei tornare in macchina. Lui mi dice di andare e mi prega di lasciarlo un po’ solo con Claudia. Tocco la terra. La sua terra.

Lo lascio da solo, nella terra dei sogni interrotti.

A quel punto non riesco a trattenere le lacrime. Mi faccio forze e cerco di contenermi. Non voglio che mi veda star male. Salgo in macchina e osservo mio marito.

Il vento gli scompone i capelli. Lui è ritto davanti a quel cumuletto. Lo guarda intensamente. Poi si guarda intorno. Chissà cosa pensa. Quanta dolcezza e amore…

Ritorna in macchina, mi guarda bene negli occhi. Conosco quello sguardo. é lo sguardo di quando cerca di capire se ho pianto, se posso stare in piedi.

Si tranquillizza e andiamo.

Sul momento mi sono dispiaciuta per questa mia anaffettività. Poi mi sono perdonata. Era un momento importante, che temevo. Quando mi trovo ad affrontare cose grandi (purtroppo ormai lo so bene) tendo a disattivare la mia emotività. Vado in modalità automa. Non ci sono con il cuore.

Avevo anche paura a vivere pienamente il momento per non ferire mio marito.

Mi sono così un po’ perdonata e spero che anche Claudia abbia capito.

Sono molto più serena da quel 5 gennaio e anche il mio umore è stato più stabile. Sto cercando di prendere qualcosa per abbellire la sua tombicina. Ho trovato delle farfalle su amazon e vorrei prendere anche qualche lumino.

Mio marito mi ha promesso che la porteremo via da lì, anche se mi piace pensare che quel luogo di dolore nel dolore sia un ritrovo speciale di Angeli. Tuttavia, vorrei che fosse più vicina a noi. Il cimitero è in un’altra città.

Sono contenta di questo passo. Nonostante gli aspetti oscuri e il confronto con la parte buia del mio essere e del mio sentire, sono serena e sollevata di averlo fatto.

Adesso mi toccherà affrontare il 26 gennaio, giorno della nascita in cielo di Claudia.

Ma per adesso vado piano…una cosa alla volta.

 

Di sogni-5

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Stanotte ho fatto un sogno.

Avevo partorito. Ero stesa sul letto, consapevole di quello che era appena accaduto, ma senza sentire quel dolore che avrei dovuto sentire.

Mi mettono accanto un bimbo cicciotto, con un pagliaccetto azzurro. Da questo capisco che deve trattarsi di un maschietto. Mi dicono che lo devo tenere vicino per facilitare l’attaccamento madre-figlio. Struscio la mia guancia alla sua, mi sembra che il bimbo si blocchi, ma non accadde nulla di che. Nè al bimbo, né a me.

Lo portan via e anche io vado, come per uscire dall’ospedale.

Mi chiedo come sia possibile non avere dolore dopo aver partorito. Sono un po’ stralunata e perplessa.

Improvvisamente tutto cambia. Mi trovo ad una tavolata ed ho accanto mia cognata. Mi dice che ha visto il bimbo e che è bellissimo. Poi aggiunge “certo, non come l’altra. L’ho vista, era minuscola. Sono rimasta sconvolta”.

Resto basita, le chiedo come ha fatto a vederla. Lei mi dice che ha fatto formale richiesta e che è riuscita ad avere le foto.

Io comincio ad arrabbiarmi, gradualmente e sempre più intensamente. Dico che non è giusto, che non dovevano permettersi. Che non è possibile che io non l’abbia mai vista e lei sì, peraltro invadendo così tanto la mia privacy.

Dico a mio marito che, anche se mi dispiace per la pace familiare, intendo denunciarla.

Poi mi sveglio.

Rifletto da un po’ su questo sogno. Alcuni aspetti mi sono chiari, altri meno comprensibili.

Quell’uscita dall’ospedale l’ho veramente vissuta. Anestetizzata, emotivamente ed affettivamente.

Quel contatto, lieve, c’è stato quando Claudia è uscita dal mio corpo. L’ho sentita. E’ stato un attimo. Un attimo che non dimenticherò mai.

Poi c’è mia cognata, che dice di essere riuscita a vedere la sua bimba. Cognata che mi turba e disturba, in questo periodo.

Per il resto, non so. Non ho molte parole in questi giorni. Spesso sento che manca il fiato. Ma vado avanti. Indosso la maschera delle feste e vado avanti.

 

Dicembre

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Dicembre…riuscirai a passare senza fare troppo danno? Lo scorso anno eri stato molto generoso con me. Preparare l’albero di Natale era stato un momento di festa familiare. Luci, risate, speranze…nausee. E un paio di scarpettine minuscole sotto, in mezzo agli altri regali. Quest’anno c’è stata malinconia, speranza, tanto amore, molto silenzio. Non avrei fatto nulla, fosse dipeso da me. Ma mio marito ha sposato totalmente il principio dell’andare avanti sempre e comunque.

Dicembre, mi aiuterai ad essere forte? Ho deciso che è arrivato il momento di andare a trovare Claudia al cimitero. Non ho avuto fino ad ora forze e coraggio sufficienti. Ma adesso è arrivato il momento. Non perché sarà meno doloroso, ma perché avrò più strumenti per vivere questo dolore.

Dicembre, saprai non farmi troppo male? Perché so che di male ce ne sarà, ma spero in un male costruttivo e quieto, non nell’onda devastante che ogni tanto mi travolge. Spero in pranzi e cene natalizie delicate e non troppo vuote. Spero in sguardi buoni e pensieri delicati.

Dicembre, saprai accompagnarmi verso l’anno nuovo, verso il mese di gennaio, vero il 26 gennaio, senza levarmi il fiato?

Dicembre, saprai essere generativo?

Stanca

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Sono stanca…molto stanca. E non parlo di stanchezza fisica, ma di una stanchezza più profonda e strisciante. Una stanchezza d’animo, una stanchezza di sguardo, una stanchezza di cuore.

Sono stanca di essere me, di dover stare in piedi a tutti i costi. Sono stanca di dover tenere duro e di dover sperare nel domani. Sono stanca di questa nuova me, più ammaccata e consapevole.

Sono stanca di dover fare i conti con la mia anima spezzata e la mia vita interrotta.

Sono stanca di questo immenso bagaglio di vita, pesante e comunque prezioso.

Sono stanca di trovare le risorse per sopravvivere, vivere, sorridere. Sono stanca al solo pensiero di dover affrontare il Natale e di doverne sopportare il peso per quello che sarà e per quello che non potrà mai essere. Sono stanca di dover allontanare tutti i pensieri, soprattutto quelli che fanno male. Vorrei vivere in tutta la sua intensità il ricordo di un paio di scarpine messo sotto l’albero l’anno scorso. Ma non posso, non è prudente.

Sono stanca dell’attesa e delle speranze che naufragano, stanca dell’altalena emotiva, delle paure, degli sguardi liquidi di mio marito.

Sono stanca della mia debolezza e della mia codardia davanti al pensiero di andare a trovare Claudia al cimitero.

Sono stanca dell’urto al cuore che mi sfianca quando associo i due universi, Claudia e cimitero.

Non ho più voglia di essere forte, di essere equilibrata, di reggere botta.

Adesso vorrei fermarmi…e riposarmi un po’.

Lungo il cammino

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Lungo il cammino ho incontrato persone, ascoltato dolori, asciugato lacrime, chiuso gli occhi e sognato.

Lungo il cammino ho inghiottito bocconi amari, ho dissimulato il dolore per non turbare il prossimo, mi sono rimessa in piedi.

Lungo il cammino ho cercato l’arcobaleno…e non l’ho ancora trovato.

Lungo il cammino ho dovuto assumere un ruolo ufficiale e formale e portare la voce delle madri come me. é stata dura incontrare medici, ostetriche e infermieri, parlare e spiegare, vedere i loro sguardi sfuggenti e imbarazzati. è stata dura, ma è stato anche un privilegio poter gridare a gran voce in un contesto accreditato che certe cose non si possono più tollerare.

Lungo il cammino sono caduta più volte e malamente, anche di recente, di fronte alla foto dell’ultima ecografia.

Lungo il cammino sto crescendo, con struggente nostalgia, e sto cercando di ridare un senso alla mia vita.

Anniversario

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Ieri è stato il nostro quarto anniversario di matrimonio. E’ stata una giornata tranquilla, serena, in cui non ho avuto momenti brutti, ma istanti di speranza e fiducia. E anche tanta consapevolezza della fortuna che ho nell’avere accanto mio marito.

Siamo stati nel santuario in cui ci siamo sposati. Lo abbiamo trovato aperto, con nostro grande stupore. Anche lo scorso anno era accaduta la stessa cosa.

Io ero già incinta, ma non lo sapevo. Ricordo di aver pregato la Madonna di donarmi la gioia di un figlio ed ho accesso un lumino. La cera si è subito liquefatta e si è macchiata di nero. Ricordo di essere rimasta turbata dalla cosa, l’ho interpretato come presagio negativo…non avevo tutto i torti.

Ieri siamo tornati davanti alla stessa statua della Madonna con un vissuto completamente diverso. Eravamo soli nella chiesetta. Il silenzio era assoluto. Mio marito era seduto accanto a me, mi teneva la mano, guardava fisso la statua. Una statua di straordinaria bellezza, antica, che raffigura la Madonna con Gesù in braccio. Un bimbo di circa un anno, dalle bellissime fattezze.

Ho rivolto una preghiera alla Madonna, sebbene io non sia quella che può essere definita donna di fede. E nemmeno A.

Eppure, nel silenzio e nella pace del luogo, sentivo il suo respiro accelerare. Ho percepito la frenesia dei suoi pensieri riversarsi sulla statua, rimbombare silenziosamente in quel luogo che quattro anni prima ci avevi visti novelli sposi e poi,  un anno fa, genitori di Claudia.

Deve avere detto tante cose alla Madonnina, stringendomi forte la mano. Io gli sono stata accanto, nella consapevolezza che anche il suo dolore è stato immenso.

Poi, ci siamo goduti il panorama mozzafiato e una passeggiata serena. Una buona cena e tanti sorrisi. E poi basta, perché ovviamente m’è venuto il ciclo 😀

Oggi mi sento meglio. Provo a tratti un’insolita euforia. So che è un sentire momentaneo e che la caduta è dietro l’angolo. Ma mi sembra un segnale estremamente positivo.

E mi godo il momento.

Un giorno, un’ora, un attimo alla volta

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Non ho molte energie in questo periodo. Le poche residue sono tutte dedicate alla sopravvivenza quotidiana.

Applico la regola dei piccoli, piccolissimi passi.

Un giorno alla volta, un’ora alla volta, un attimo alla volta.

Sono arrivata, così, alla visita dal ginecologo e al momento del confronto sull’autopsia. Il mistero è chiarito. La trisomia 18, poiché malattia METABOLICA, non necessariamente si accompagna a malformazioni.

Nulla di strano, dunque, che Claudia fosse un piccolo concentrato di imperfetta perfezione.

Per quanto possibile, abbiamo tirato un sospiro di sollievo e messo nel cassetto virtuale delle cose più dolorose anche questo tormento.

Abbiamo anche parlato della difficoltà a far arrivare una nuova vita. Lui sostiene che mi sto solo stressando e che sembra tutto a posto. Mi ha fatto fare dei dosaggi e, in effetti, i valori erano nelle norma.

Attendo l’esito del pap test per avere un tassello ulteriore.  A quel punto valuterò sul da farsi.

Adesso sono nella zona oscura detta “zona verdetto”, quando il ciclo sta per arrivare e tu ti distruggi il cervello chiedendoti ogni due secondi se sei incinta o non lo sei.

Dovrebbero inventare qualche nuova tecnologia per sottrarci a questo tormento. Incinta sì/Incita no…subito dopo l’ovulazione. E amen

Mancano due giorni al ciclo. Ho tutto e nulla. Mi dispero, mi angoscio

Poi respiro e mi dico: un giorno, un’ora, un attimo alla volta.

autos – opsia

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La scorsa settimana, dopo otto mesi di attesa, A. mi comunica a denti stretti, con il timore di farmi male, che l’indomani avrebbe ritirato l’esito dell’autopsia. Sono mesi che tempesta di telefonate Anatomia Patologica  per avere notizia. Non mi ha mai detto nulla per non turbarmi.

Passo una notte agitata. Ho paura. Non so bene di cosa. O meglio. Lo so benissimo, ma non voglio ammetterlo.

Vado al lavoro, mi riempio la testa di cose. Cerco di non concentrarmi sul fatto che A. in quello stesso momento si trovi in ospedale, a ritirare il referto. Non voglio nemmeno concentrarmi sul fatto che è solo ad affrontare tutto questo. Dovrei esserci io accanto a lui. Ma non ce la faccio.

Alle 11 lo chiamo, è evasivo. Gli faccio una domanda diretta “Dove sei?”. In ospedale, mi dice, sto aspettando che mi dicano qualcosa. Mi si stringe il cuore. Ho ansia, paura, dolore nel saperlo solo in quel luogo per noi così complicato e ancorato emotivamente ad un vissuto spaventoso.

Mi richiama e mi dice che ha il referto in mano. Lo sento turbato dalla voce, in ansia. Me lo legge velocemente.

Un pugno nello stomaco. Violento. Fortissimo. La storia, atroce, di un corpicino perfetto, violato dall’interruzione. Immaturo, ma perfetto. Violentato, ma perfetto.

Parole complicate. Le cerchiamo su Internet. Non capiamo. Afferriamo solo la violenza di quello che è successo.

Ci resta solo il tormento di quello che capiamo: tutto perfetto. Tutto nella norma.

Allora ecco risalire la paura profonda, atroce.

Qual è?

Avrei voluto leggere di macroscopiche imperfezioni. Di vizi di crescita evidenti. Avrei voluto prova della violenza della trisomia 18, così come mi era stata prospettata.

Ma nulla di tutto questo.

Corpicino perfetto. Organi che stavano crescendo perfettamente.

Mio marito ci gira attorno. Mi chiede se è il caso di chiedere a qualcuno di spiegarci il referto. Già…perchè nessuno gli ha detto nulla.  Io preferisco buttare fuori, con la voce, la paura.

“Se te la senti, se riesci a restare ancora – gli dico – forse è il caso di chiedere se c’è il nostro ginecologo. Perché so quello che stiamo pensando e provando entrambi. Abbiamo paura che ci sia stato un errore nella diagnosi di trisomia. Abbiamo paura che la bambina era in salute e noi abbiamo fatto un errore”.

Mi risponde con un laconico “Infatti”. Mi richiama dopo un po’. Il nostro ginecologo sta operando, non è subito disponibile.

Non voglio che resti oltre in quel posto. Gli dico di tornare, lo convinco a rasserenarsi e a non pensare oltre.

Tra qualche settimana dovrò andare a controllo dal ginecologo. Chiederemo spiegazioni in quella sede.

Nel frattempo aspetteremo. Io cerco di non pensare a quelle parole strazianti, a quei termini tecnici spaventosi. Non ho voluto leggere personalmente il referto. Mi è bastato quello che mi ha letto A.

Così, stiamo in silenzio, parliamo di altro, evadiamo.

Aspettiamo

 

 

Vacanza

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Vacanza. Pausa. Sospensione.

Dal lavoro, dai pensieri, dalle lacrime, dal cuore.

Non certo dal dolore…quello torna a mordere quando vuole lui.

Sono in spiaggia, in un posto incantevole, apparentemente nella pace più assoluta. E all’improvviso, subdola e infame, mi assale l’immagine più violenta della mia interruzione.

Sono in barca a vela, in un luogo di incanto, e il ricordo più doloroso mi sommerge.

Provo a fare tacere tutto, ma il tutto ritorna a suo piacere, ancora più infame e violento.

Nel frattempo, nelle pause di vita che restano, sto bene.

Non piango da più di un mese. Domenica sera, a cena con amici che non vedevo da mesi, scopro di una nuova vita in arrivo. Ho retto botta. Ho sorriso e mi sono congratulata con la futura mamma con cuore sincero. Anche perché nei suoi occhi ho letto garbo e delicatezza nei miei confronti.  Ho letto rispetto.

Vado avanti perché non posso fare altrimenti.

Sono in vacanza.

Anzi.

Sono vacante.

 

Mongolfiere

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Dal giorno del mio compleanno, momento di massimo dolore fino ad oggi, sono stata un po’ più serena ed ho ritrovato una parvenza di serenità.

Mi ha aiutato tantissimo il confronto con le altre mamme di CiaoLapo. L’ho scritto tante volte: la possibilità di esprimere il dolore liberamente, la sensazione che questo sia finalmente “visto” mi ha come liberata dallo strazio più lacerante.

Adesso sono un po’ in sofferenza perché un fratellino/sorellina per Claudia sembra non voglia arrivare. Ma forse è giusto così. Forse è la vita stessa a dare i tempi idonei per guarire le ferite del corpo e dell’anima.

C’è di buono che sento la mia bimba come presenza accanto a me. Le parlo, le chiedo consiglio, le dico che è birichina. Mi guida, mi consola, mi riempie di messaggi. Mi manda mongolfiere continuamente, nei modi più commoventi e imprevisti.

Ho già scritto dello scambio di doni tra mamme speciali. La mamma a cui ho spedito io, come raccontavo nel precedente post, è la fondatrice di CiaoLapo. Claudia, come la mia Claudia.

Ma non ho scritto della seconda, enorme sorpresa. Mi chiama mia mamma, avvertendomi che è arrivata una busta. Mi faccio dire il nome, capisco che si tratta della mamma speciale a cui io sono stata abbinata.

Incuriosita vado su Facebook e la cerco. Quando vedo la sua immagine di copertina resto senza fiato, le mani e le gambe tremante.  Che foto aveva scelto? Già…proprio una mongolfiera. E, come se non bastasse, nel biglietto che mi ha scritto è attaccato un palloncino. Dentro al palloncino…due mongolfiere a forma di cuore.

Coincidenze? Possibile.

Ma il mio cuore mi dice che la mia Claudia adesso è pura e luminosa energia. Il mio cuore si espande d’amore al pensiero di questa presenza al mio fianco.

Il mio cuore sa che l’essenziale è invisibile agli occhi