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Mi arrampico sui mari e salto trai i tetti di questo piccolo paese. I mattoni sono quelli tipici delle case dei paesi medievali, spesso muschiati. Il sogno duro a lungo, ma conservo solo i ricordi di me che vago tra tetti e muri da scalare.

Nella seconda parte del sogno, sono prima ad una riunione di lavoro con i vertici. Occorreva consegnare e discutere un lavoro. Io sono stata nei tempi, ma scopro che la metà dei colleghi se l’è presa comodissima e ancora non ha fatto nulla. Penso a quanto sono tranquilli, anche rispetto al rapporto con i vertici.

Poi la scena cambia, sono in un setting molto simile a quello dei nostri Consigli, anche se tutto è più grande e con più gente. Sono vicina alla cattedra e parlo con M. a proposito di un viaggio di lavoro a Bologna. Parliamo di voli e orari, ma nel profondo so di non voler partire. Vengo zittita dalla persona che sta coordinando i lavori, il preside (suppongo), che mi fa “shhhhhh”. Mi vergogno da morire e  rispondo per le rime, cosa che non farei mai nella vita reale.

Ad un certo punto entra una bara portata a spalla da alcune persone, avvolta nel cellophane. La poggiano sulla cattedra, dove si trovano, accanto a me, altre persone. Tra queste, c’è la mia compagna di liceo M.G., adesso archeologa.

La bara si trasforma in un sacco di tela nera dove mettono i cadaveri in obitorio. Mi rendo conto che lo spessore della sacca non è compatibile con quello normale di un corpo. Deve essere parte di un corpo o un corpo mummificato e ridotto nelle dimensioni.

Mi allontano prontamente perché capisco che le persone accanto a me, soprattutto M.G., vogliono aprire la sacca. Io non riuscirei mai a guardare.

Aprono la sacca e capisco dai loro commenti, freddi ma schifati, che non deve essere un bello spettacolo. Mi sembra di intravedere qualcosa di rosa e un po’ rosso. Una testa, forse…

Comincio a svegliarmi e inizio freneticamente a provare ad interpretare il sogno.

Non sono in grado di decodificare con chiarezza la prima e la seconda parte, ma credo di aver colto il senso della terza e ultima.

Il sogno ha a che fare con la scelta di non aver voluto/potuto vedere la bambina. Quando ho partorito, ricordo di aver sentito mio marito chiedere a mia mamma se avesse visto la bambina. Lei ha risposto “non ho guardato. Ho visto solo qualcosa di rosa”.

Quando, disperatamente, ho chiamato l’ospedale per capire se ero ancora in tempo a recuperare il corpicino della bambina, ricordo di aver dovuto prima parlare con il medico patologo. Lui mi ha detto, crudamente ma gentilmente, “Il corpo è a pezzi a quest’ora. Sua figlia la potrebbe vedere al microscopio”.

Ecco allora la bara che si trasforma in sacca, le dimensioni rimpicciolite, la sensazione che non ci sia dentro un corpo, ma dei pezzi o qualcosa di veramente piccolo.

Alla fine del mio tour di telefonate in ospedale, penoso e doloroso, una risposta è arrivata dalla camera mortuaria. Il signore che mi ha risposto ha cercato il mio nome tra le sue carte. Ad un certo punto ho sentito chiaramente il rumore di una cerniera che veniva aperta. Il rumore mi ha fatto moltissima impressione, perché nella follia del momento ho pensato che stesse aprendo qualche sacca per trovare il corpo della bambina. Una follia assoluta, a pensarci adesso, ma in quel momento non ero lucida.

Nel sogno, la cerniera che si apre assume una valenza centrale. La narrazione ruota attorno al rumore di questa cerniera e agli sguardi, freddi e clinicamente disgustati, della gente che guarda il contenuto della sacca.

Mi sono data questa spiegazione. Non so se giusta o sbagliata.

Inizia così questa giornata, dedicata alla festa della mamma.

Al momento non ho sensazioni al riguardo. Non mi sento particolarmente triste o abbattuta per non poter festeggiare. Mi sento “neutra”.

Inoltre, fatto che ritengo positivo, credo proprio che stia arrivato con qualche giorno di anticipo il ciclo.

Il terzo ciclo. Finalmente.

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